Gravidinoia.

E C’è Silenzio che Prende Tempo.

Ci si Dedica.

Il Decapaggio di Ogni Attimo.

Quanti Umani Mi Sento?

In Fondo Non Sono Mai Veramente Estate.

Mi Infesto.

Grande e Semplice Non Esiste.

Si Scrosta come di Zelanteria.

Mietendo Oceani di Virtù.

Quando Mi Sento Frugare.

O quando Mi Spavento per Ultimo.

Dove Nulla Più.

E Se poi Mi Aspettassi,

Come si Recita nei Film?

Di Fragole e Non,

le Vetrine ne Sono Colme.

Il Mio Vuoto non È a Rendere.

E Niente Amo come Amo Te.

Di Co2 Gonfio.

E Non Me la Sento.

Di Lasciarla Andare.

Lo Scopo è Centrifugare nella Testa.

Indebolire.

Mentre Voi Siete la gente,

Io mi Astengo.

Rimango Astemio.

E Svengo nel Non Penso.

Lamentare è Rimediare da Infante.

Come Se il Sale Potesse Uccidere la Sete che Non Merita.

La Fase R.E.M è Più Nociva delle loro radio-pop songs.

E le Stagioni Piromani.

Mi Accontenterei di Nuovo.

Se Solo Potessi Trattenerne un po’.

Di un Abbondare Superfluo.

Si è Troppo Squali per questi Pochi Denti.

Si sa Perfettamente Perfezionare la Perfezione.

Truci Venerdì Gravidi di Noia.

Advertisements

Esegesi.

Ermetici Verso la Gloria Fine a Se Stessa.

E Siete Già Morti da Morire.

L’Arancio È Nuova Negrità.

Subire poi l’Aspettando e Tutti i Suoi Ormai.

Non Esiste Fair-Play in Questo Mettersi in Gioco.

Piomba e Schiavizza.

Credermi Così Blasfemo Non Nuoce.

Ciospo Lungometraggio di Anni Luce.

Mi Incapacita.

E Fiaccamente Preme.

Nel Biliardo di Questa Esistenza,

Non Ti Penso Mai come alle Buche.

Ed è Qui Dove Novello Starò.

Dove C’è Privazione e Decubito.

Aspetto un Vento Meno Vigliacco e Trasparente.

Mentre Impreco di Inerzia.

Ci Confabulo.

Inebetire il Genio Crea Sconforto.

Se Me ne Deprivo.

Sono Chilometri Quadrati di Chi ti Credi di Essere.

E Scavami e Trovami Due Metri Sotto Terra.

In un Giorno Oltre.

È Forse Lì che Dominerò.

Catabolizzandomi.

Mi Cicatrizzo nella Testa di Chi Non Vuole Sentire.

In Questa Necessità di Conquistare Ogni Cosa.

Dove ci si Spaccia per Titani.

Non ci si Integra Infine.

E Come Stanco,

Un Dio Zerbino sulla soglia d’Uscita,

Non Può che Raccogliere ed Obliare.

Empatopia.

In Questo Basso così Profondo,

Dove Non Saremo Mai,

Alteriamo.

Siccome Siamo nella Leggenda,

Come Avvolti da Epicità,

Ci Si Strugge.

E Vivrò Ovunque Tu Sia.

Imperscrutabile Dove Pleonastico.

Ti Ubico dell’Altro po’.

Quando Mi Vedo Palta ma Non Troppo.

Nella Valle dei Pus Non Mi Sembra di Captarvi Mai.

E Tutta Questa Indole Pessima.

Per Rimettermi in Auge.

Manifestandomi in Qualcosa che Appena Pare.

Di Così Inutile.

Quando Mi Lasci Più Erudito.

Nonché Più Sordo di Me Stesso.

Adesso Dovrei Appendere Ogni Pensiero.

Ogni Calcolo ed Ogni Sconfitta.

Empatia È Utopia.

Ed in Fondo ti Presto le Mie Chimere.

Nel Mezzo di Tutta Questa Kafkianità,

Gli Erpeti Non si Stancano da Soli.

Solo quando Smettono di Cagliare,

Puoi Reputarti Obsoleto.

Si Smette Subito di Fruttare Unicorni.

Come Profili Austeri.

E Se Rinvigorire Fosse una Colpa,

Potrei Espletare Orsaggine Assoluta.

Carogna del Nulla.

In un Passo Inerme.

Soporinferi.

E come Cicca delle tue Scarpe,

Non Smetto di Decapellizzarmi.

Spolvera Spesso.

In Asfalti Beceri.

Ed Assopisco.

Come Fra gli Inferi.

E Se Neofita Spegne.

Dove Crogiolarsi È un UltraCrimine.

Tu lo Sai che la Noia Galoppa.

Come Quando Ero Donna e Sudavo di Meno.

E Non Stare Bene in Ciò che Si Compone.

Sul Fondo Ristagna.

A Zero Punto Zero.

Inevitabilmente Scende.

Ma Piovimi Copiosamente Lontano.

E Se Mi Sdivanassi dall’Obsoleto?

È Tutto un Arpione nei Miei Confronti.

Ti Piacciono poi queste Ceneri?

Povero di Spirito Ci Cadi a Strapiombo.

Non Me ne Vergognerei,

Se Non Fosse Questione di Anni.

Tutta Questa Finta Potabilità.

Di Scoli un po’ Accantonati.

Sveni e Snervi Ma Non Sverni Mai.

Quando Sono all’Addiaccio di Me.

Crollo Fra Giorni Maldigestivi.

Salvami Così Effimero.

Nella Goccia che Resta.

In Tutto questo Pendio così Facile.

Non Ci Areneremo.

Senza Biasimo da Deflagrare.

Come Dentro ad un Tubo.

Dove Non Rimane più Niente da Dire.

Sennon Ti Amo.

 

 

Melogrunge.

Mi si Ingegna poi quel Nervo,

da Ascensore in Caso di Incendio.

Nessuno Prova Amore Gay per Dio.

Ne Vettovagliamento.

Come i tuoi Insufficienti Letarghi.

Fra i Larici del Noi.

E Scavezzare il Collo.

Per l’Immortalità Infranta.

Lisergica Dove Sei.

Ti Trovo Colpevole nei miei Boschi.

Ed in quel Fuzz Vecchio Stile.

Resterà.

Come fra Sei Corde Misere.

Di Occhi un po’ Pesanti.

In un Rock 4/4 da Due Soldi.

Mentre lo Imploro Ancora.

Senza un Apparente Carisma.

E C’è un Altro Giuda alla Porta.

Non Esiste Arido che ti Sopravviva.

La Curiosità li Ha Uccisi Tutti.

 

 

Vanvera.

Orgoglio Vuoi Morire.

Ma Io Non te lo Permetterò.

Come se Fossi il tuo Ospizio.

Ti Sbrino Attraverso le Inchieste.

E le Rassegnazioni.

Non Pretendo sia Schiuma.

Od Omogeneizzati.

Quel Carrello Sgretola la Spesa che Manca.

Ma Non Importa che il Mercato sia Super.

Sono Fragili Corridoi Umani.

E Scaffali in Tetris d’Angoscia.

La Fame con il Bollino dello Sconto,

Evidenzia Percentuali Nemiche.

Iridescenti.

Ti Resisto Finché lo Sopporto.

Se Cerchi Infallibilità Non la Troverai.

E Non Prometterai Più Vanvera.

Poiché Manca di Proiezione.

Abito Solo la Mia Barba.

Scrutando Fra l’Opacità.

E Ci Ripercorriamo a Volte.

Da Fedeli Corridoi Umani.

Da Scatole di Memorie in Pile di Anni Scorsi.

Passati.

Quando Mi Dai Aspartame.

E Controindicazioni.

Mentre Vige il Senso Unico.

In Mezzo a Tutti i Miei Umili Veti.

Sorridono Zanne.

Arrancavi di quel Poco che Non è il Mio.

E di Pistole.

Edulcoravi.